9) Burckhardt. Il Rinascimento come risveglio dell'Antichit.
Il recupero del mondo antico da solo non sarebbe stato sufficiente
a produrre quel grande fenomeno epocale che  stato il
Rinascimento. Ma esso si  incontrato con lo spirito del popolo
italiano. L'unione di questi due elementi ha fatto del
Rinascimento un movimento di portata europea e mondiale.
J. Burckhardt, La civilt del Rinascimento in Italia, Parte terza.

Giunti a questo punto del nostro quadro storico della civilt, ci
tocca ora di mostrare qual parte vi ebbe l'Antichit, dal cui
Rinascimento l'epoca intera, con denominazione invero parziale e
ristretta, s'intitola. Le condizioni sociali fin qui descritte
avrebbero, non v'ha dubbio, bastato da s, anche senza
l'Antichit, a scuotere la nazione e a maturarla, come  certo
altres, che la maggior parte dei nuovi orientamenti spirituali
sarebbero pensabili anche senza questo avvenimento; tuttavia non
pu negarsi, che e le une e gli altri dall'influenza del mondo
antico ricevettero un colorito speciale; e se l'essenza delle
cose, pur senza di loro, si sarebbe compresa e realizzata, la loro
forma esteriore soltanto con loro e per loro entr nella vita. Il
Rinascimento non sarebbe stato quella suprema necessit mondiale
che fu, se cos facilmente si potesse prescindere da esso. Ma ci
che noi dobbiamo stabilire fin d'ora, come un punto essenziale del
nostro libro, si  questo, che non la risorta Antichit da s
sola, ma essa e lo spirito del popolo italiano, gi presente,
compenetrati insieme, ebbero la forza di trascinare con s tutto
il mondo occidentale. Bens questo spirito non sembra aver
conservato sempre di fronte ad essa lo stesso grado di autonomia;
ma se, per esempio, nella nuova letteratura latina esso par
minimo, grandissimo invece si riscontra nelle arti figurative e in
parecchi alti campo d'attivit, e cos questo nesso fra due
civilt di uno stesso popolo tanto remote fra loro, appunto perch
indipendente, appare anche giustificato e fecondo. Spettava alle
altre nazioni occidentali studiare come respingere il grande
impulso che veniva loro dall'Italia, o appropriarselo in parte, od
anche del tutto; ma dove quest'ultima condizione ebbe a
verificarsi, dovrebbe cessare ogni lamento per la prematura
decadenza delle forme della nostra civilt medievale. Se queste
forme avessero avuto in s la forza di reagire e di mantenersi,
sussisterebbero ancora. E se quegli spiriti queruli, che le
rimpiangono, potessero farle rivivere un'ora sola, anelerebbero
ritornar tosto alla vita  moderna. Che poi in tali grandi processi
storici qualche singolo e delicato fiore resti soffocato, senza
poter vivere nemmeno nella tradizione o nella poesia, non per
questo  lecito desiderare che il grande evento nel suo insieme
non sia accaduto. Ora l'evento consiste precisamente in questo,
che, accanto alla Chiesa, la quale fino a questo tempo (ma per
poco ancora) tenne unito tutto l'Occidente, sorge un nuovo
elemento morale, che, diffondendosi dall'Italia, invade il resto
d'Europa e diventa atmosfera vitale di tutti gli uomini forniti di
un certo grado di cultura. Il biasimo pi forte che se ne possa
fare  quello della sua impopolarit, perch conduce
necessariamente ad una separazione completa tra le classi colte e
non colte di tutta Europa; ma il biasimo stesso si rivela di
nessun valore quando noi stessi siamo costretti a confessare che
questa separazione, chiaramente riconosciuta, sussiste ancora
oggid e non pu esser tolta. D'altra parte, in Italia essa 
assai meno aspra e spietata che altrove: tanto  vero, che il
poeta pi ligio ai precetti dell'arte, il Tasso, corre per le mani
dei pi umili.
L'Antichit greco-latina, che sino al secolo quattordicesimo s
vivamente si compenetr nella vita italiana come base e fonte
della cultura, come scopo e ideale supremo dell'esistenza, e in
parte anche come reazione consapevole, avea gi da lungo
esercitato qua e l la sua influenza su tutto il Medioevo, anche
fuori di Italia. La cultura infatti di cui al suo tempo Carlomagno
fu rappresentante, era essenzialmente un Rinascimento di fronte
alla barbarie dei secoli settimo e ottavo, e non poteva neanche
essere altra cosa. Come pi tardi nell'architettura romanica dei
paesi settentrionali noi veggiamo adottarsi, oltre le forme
generali e fondamentali ereditate dall'antichit, forme affatto
speciali di carattere prettamente antico, cos nei conventi si fa
tesoro di molti materiali tolti di pianta da scrittori latini, e
anche lo stile, dopo Eginardo, non rimane senza imitatori.
In Italia invece essa torna in vita in modo affatto diverso.
Cessata la barbarie, s'annuncia tosto presso il popolo italiano,
per met ancora antico, la cognizione de' suoi tempi anteriori;
esso li magnifica e desidera riprodurli. Fuori d'Italia trattasi
di trar partito in via di erudizione e di riflessione da singoli
elementi dell'antichit: in Italia invece si ha un'effettiva
partecipazione a tutto ci che  antico, e non da parte dei dotti
soltanto, ma del popolo intero, perch vi si scorge la rimembranza
dell'antica grandezza; la facile intelligenza del latino e la
copia di memorie e monumenti, che ancora esistono contribuisce
potentemente a tale risveglio. Da questo e dal contraccolpo, che
partiva dallo spirito popolare gi essenzialmente mutato, dalle
istituzioni politiche germanico-longobarde, dalla Cavalleria
diffusa gi in tutta Europa, nonch dagli altri elementi di
civilt portativi dai popoli settentrionali, dalla religione e
dalla Chiesa, sorge e si sviluppa una creazione affatto nuova, lo
spirito moderno italiano, destinato a diventare modello e legge a
tutto il mondo occidentale.
In qual modo nelle arti figurative risorga l'elemento antico, non
appena cessa la barbarie, mostrasi chiaramente dalle costruzioni
toscane del secolo dodicesimo e dalle sculture del tredicesimo. Ma
anche nella poesia non mancano i confronti, quando si ammetta che
il maggior poeta latino del secolo dodicesimo, anzi colui, che
diede allora l'intonazione a tutto un genere di poesia latina, fu
un Italiano. Egli  appunto quel qualunque scrittore, al quale
appartengono i brani migliori dei cos detti Carmina Burana. Una
libera gioia del mondo e dei suoi piaceri, come genii tutelari dei
quali sono invocate le divinit pagane, prorompe con vena
magnifica da queste strofe rimate. Chi le legge d'un tratto,
difficilmente potr crederle opera d'altri, fuorch d'un Italiano
e probabilmente d'un Lombardo; ma vi sono anche ragioni speciali
per accettare una tale ipotesi. Che se anche sino ad un certo
punto queste poesie latine dei clerici vagantes del secolo
dodicesimo, con tutto il caratteristico corredo delle frivolezze,
potrebbero dirsi sicuramente un patrimonio generale di tutta
Europa, rimarr probabile che tanto la canzone De Phyllide et
Flora, quanto l'altra che comincia Aestuans interius, non sieno
opera di un settentrionale, e cos il molle e delicato sibarita
che cant: Dum Dianae vitrea sero lampus oritur. Qui c' una
rinascita dell'antico modo di sentire e di poetare, che sbalza
agli occhi tanto pi facilmente accanto alla forma rimata, propria
del medio-evo. In pi di un lavoro di questo e dei secoli vicini
s'incontrano esametri e pentametri di una imitazione molto
accurata e reminiscenze antiche d'ogni specie, soprattutto
mitologiche e tuttavia l'impressione dell'antico che se ne
risente,  ben lungi dall'essere altrettanto viva e profonda. Le
cronache in esametri e le altre opere di Guglielmo Pugliese
mostrano anch'esse uno studio diligente di Virgilio, di Ovidio, di
Lucano, di Stazio e di Claudiano, ma la forma antica non vi figura
che come strumento di erudizione, allo stesso modo che
semplicemente copiati appaiono i materiali antichi nei grandi
raccoglitori del genere di Vincenzo di Beauvais o nei mitologi ed
allegoristi della tempra di Alano dalle Isole. Ma il Rinascimento
non  gi una saltuaria imitazione o compilazione, bens una
rinascita vera, e come tale si trova realmente nelle poesie sopra
citate dell'ignoto scolaro vagante del secolo dodicesimo.
Tuttavia la vera universale partecipazione degl'Italiani per
l'Antichit non comincia a manifestarsi che col secolo
quattordicesimo. A ci si richiedeva uno sviluppo della vita
cittadina, quale in Italia soltanto e soltanto a questo tempo fu
possibile, vale a dire, convivenza ed effettiva uguaglianza della
nobilt e della borghesia, e formazione di una grande societ, che
sentisse il bisogno d'istruirsi e n'avesse il tempo e i mezzi. Ma
la cultura, se voleva svincolarsi dal mondo fantastico del
medio-evo, non poteva penetrare improvvisamente per mezzo del solo
empirismo nella cognizione del mondo fisico e morale; essa avea
bisogno di una guida, e come tale si offerse la classica Antichit
colla sua ricchezza di verit obbiettive, evidenti in tutti i
regni dello spirito. Da essa si tolsero con riconoscenza e
ammirazione le forme e la materia, e se ne costitu per un certo
tratto di tempo l'essenziale di ogni cultura. Anche le condizioni
generali d'Italia favorirono un tale indirizzo: l'impero medievale
dopo la caduta degli Hohenstaufen o aveva rinunciato all'Italia, o
non aveva avuto la forza di mantenervisi: il Papato aveva emigrato
ad Avignone: la maggior parte delle potenze esistenti si reggevano
sulla violenza e sulla illegittimit; ma lo spirito della nazione,
ridestatosi alla coscienza di s, era vlto alla ricerca di un
ideale nuovo e durevole, e cos il sogno e il postulato di un
dominio d'Italia e di Roma sul mondo pot imporsi alle menti di
tutti e tentare perfino una effettuazione pratica con Cola di
Rienzo. Vero  che il modo con cui egli, specialmente nel suo
primo tribunato, intese la sua missione, non doveva riuscire ad
altro, fuorch ad una strana commedia; ma tuttavia pel sentimento
nazionale la ricordanza dell'antica Roma era pur sempre un punto
d'appoggio per nulla trascurabile. Tornati in possesso dell'antica
loro cultura, gl'Italiani s'accorsero ben presto di essere la
nazione pi avanzata del mondo.
J. Burckhardt, La civilt del Rinascimento in Italia, Sansoni,
Firenze, 1958, pagine 161-165.
